mercoledì 15 aprile 2015

IL PRIMO MARE DELLA STAGIONE NON SI SCORDA MAI

Mare, ottimo cibo, simpatica compagnia. Alla ricerca dei cetacei con #maresottosopra, alla scoperta delle bellezze a portata di milanese.




"Ti va di partecipare con la tua famiglia ad una giornata al mare alla ricerca dei cetacei?" 

Come si fa a dire di no a una proposta del genere? Se dici MARE in casa mia già si accendono i sorrisi. Se poi aggiungi "GITA IN BARCA" hai raggiunto il top. Così domenica siamo partiti alla volta di Genova, città tanto amata e meta preferita per le gite dell'ultimo minuto. Appuntamento alla Calata Mandraccio armati di macchina fotografica, binocoli e smartphone. La giornata era organizzata da Pecora Verde, portale per escursioni di ogni genere e #fuoridalgregge, in collaborazione con Whalewhatch Genova. L'hashtag, perchè non si può non essere social, #maresottosopra.

La giornata è iniziata con la partenza da Genova caratterizzata da freddo, nuvoloni (ma il giorno prima a Milano c'erano quasi trenta gradi...) e mare mosso. Un buon inizio, non c'è che dire. Poco male, noi fortunatamente non soffriamo il mal di mare e ci siamo divertiti a ballare un po'. Prima tappa: Camogli. Il porto tranquillo e placido, i gozzi e i palazzi colorati hanno rinfrancato anche chi già pensava di abbandonare la comitiva. 





Il programma diceva: sosta a Camogli per imbarcare i prodotti tipici per il pranzo. Ecco, appunto. Chi è stato a Camogli non può non associarla a FOCACCIA. Croccante, unta il punto giusto, saporitissima. Una goduria che non si dimentica. L'aspettativa, dunque era alta. Mai mi sarei immaginata di ritrovarmi un piatto pieno di focacce di tutti i generi (classica, di Recco, con le cipolla, con le olive), torte salate liguri e acciughe ripiene e fritte da urlo. (ora se mi dite Camogli io comincio a pensare anche a loro, oltre che alla focaccia)



La scoperta più bella è stata la capponada. Galletta del marinaio, tonno, acciughe, pomodori, cipolla. Una goduria da replicare al più presto. Prima, però, bisogna tornare a San Rocco di Camogli a comprare le Gallette originali 



A pranzo terminato siamo ripartiti alla ricerca dei cetacei, che non abbiamo trovato. Le condizioni del mare non erano propriamente favorevoli, ma le ore passate a navigare sono state molto interessanti. Abbiamo osservato le paline che registrano in tempo reale il passaggio dei delfini e ascoltato la bellissima lezione di un biologo marino che ci ha affascinati tutti descrivendo le diverse specie di cetacei presenti in zona e raccontandoci quando mangiano e quanto è ricco il Meditarraneo e in particolare la zona del Santuario dei Cetacei. 





Due ore in mare e siamo tornati a Camogli. Il castello della Dragonara ci aspettava e con lui un panorama mozzafiato e un aperitivo ligure con altra focaccia (stavolta rossa con le acciughe) e dadini di farinata. 




Una passeggiata sul lungomare, un salto in spiaggia e poi via, si torna a Genova





Potevamo terminare la gita così, tornare a casa e farci una minestrina e invece no....  Il web è bello perchè attraverso il passaparola ti permette di conoscere tanto. Attraverso gli amici di Farmacia Serra Genova abbiamo scoperto Roberto Panizza e il suo spettacolare pesto. Vuoi non tornare a casa senza un vasetto? Vuoi non fermarti a mangiare un piattino ligure nel suo ristorante? 
Una gita bella come quella di #maresottosopra non poteva finire in modo migliore. Davanti a un mini mortaio pieno di pesto da spalmare sul pane artigianale. Alla prossima!! 





Ecco qualche link utile per programmare una gitarella....:

Pecora Verde per prenotare escursioni varie, compresa quella per avvistare i cetacei
Whalewhatcgenova: per prenotare l'escursione di avvistamento
Ascot Camogli sito di Ascot Camogli (che ci ha offerto tutte quelle meraviglie da mangiare) in cui trovare indicazioni per programmare una gita a Camogli
Abbazia San Fruttuoso: sito del FAI, che ha in gestione l'Abbazia
Il Genovese: dove mangiare bene e tipico a Genova. Non uscirete da lì senza acquistare un vasetto del loro pesto. 




sabato 28 marzo 2015

QUICHE O TORTA SALATA PER LA PRIMAVERA




Prepari una torta salata e hai svoltato la serata. Di solito capita così: si tira fuori dal frigo un rotolo di pasta sfoglia o di pasta brisè, la si farcisce in qualche modo, si aggiunge alla portata un contorno o un piatto di affettati e si è a posto. A casa mia non succede così. Le serate si svoltano con una cofana di pasta ben condita. Le torte salate proprio non piacciono, soprtutto ai figli. Quando eravamo giovani e appena sposati avevo uno speciale di Sale e Pepe su focacce, pizze e torte salate e spesso mi sono dilettata con quiche lorraine ai porri e similia, ovviamente con pasta sfoglia o brisè industriali.
Poi le cose sono cambiate. Siamo maturati e i gusti si sono affinati. Le torte salate sono state relegate alle solite feste di classe, ai pranzi o alle cene con gli amici e per la quotidianità si è preferito altro.
Così quando Flavia per l'MTC ha proposto la PASTA BRISÉE di Michel Roux, ho pensato che sarebbe stato difficile trovare qualcosa che potesse piacere a tutti. E così è stato, ovviamente. Ho pensato e ripensato. Un punto fermo sarebbero stati i porri, in onore delle vecchie torte dei primi anni insieme, e la ricotta di capra, che mi piace tanto. Sul resto tabula rasa. Poi durante l'ultima spesa ho scoperto i piselli freschi, segno della primavera che è finalmente scoppiata nell'aria. E così è nata, sul filo del rasoio, ovviamente, la mia 

QUICHE O TORTA SALATA DI PRIMAVERA

Per la pasta brisée ho seguito alla lettera la ricetta di Flavia, che vi copio e incollo 


  • 250 g di farina
  • 150 g di burro, tagliato a pezzettini e leggermente ammorbidito
  • 1 cucchiaino di sale
  • Un pizzico di zucchero
  • 1 uovo
  • 1 cucchiaio di latte freddo
Versate la farina a fontana sul piano di lavoro. (io non avendo marmo o tavola di legno per lavorare bene, l'ho fatto in una ciotola)
Mettete al centro il burro, il sale, lo zucchero e l’uovo, poi mescolateli e lavorateli con la punta delle dita.
Incorporate piano piano la farina, lavorando delicatamente l’impasto finché assume una consistenza grumosa.
Aggiungete il latte e incorporatelo delicatamente con la punta delle dita finché l’impasto comincia  a stare insieme.
Spingete lontano da voi l’impasto con il palmo della mano, lavorando di polso, per 4 o 5 volte, finché è liscio. Formate una palla, avvolgetela nella pellicola e mettetela in frigo fino all’uso.



Stendete l'impasto e foderate una tortiera. Per capire bene come, vi rimando al post di Flavia che è dettagliatissimo. Se avete tempo, fate riposare in frigo il tutto per una ventina di minuti. 

A questo punto preparate il ripieno



Ripieno

400 g di ricotta di capra
un porro
un uovo
150 g circa di piselli freschi sgranati
bacelli dei piselli
brodo di cottura dei bacelli di piselli
un cucchiaio di olio EVO
un pizzico di sale
un cucchiaino di fiori di rosmarino

Sgranate i piselli. Sciacquateli sotto l'acqua e metteteli via. Lavate bene i bacelli dei piselli e metteteli in una pentola d'acqua.
Portate ad ebollizione, fate cuocere per qualche minuto e spegnete. Lasciate raffreddare nell'acqua.
tagliate a rondelle il porro precedentemente lavato e mettetelo ad appassire in una casseruola assieme a un cucchiaio di olio e a uno di acqua. Fate cuocere per qualche minuto ma non soffriggete, spegnete quando vedrete il porro ammorbidirsi. 
Prendete la ricotta e mettetela in un contenitore per frullatore da immersione e unite il porro, un uovo, un pizzico di sale e cinque o sei (o anche di più) bacelli di piselli. Per evitare che siano troppo filamentosi, staccate delicatamente la polpa dei bacelli dalla parte più coriacea (che è l'interno del bacello) 
Frullate il tutto 

Con il ripieno pronto potete decidere se cuocere tutto in forno in un solo momento, oppure di fare la cottura in bianco e poi aggiungere il ripieno. Io non avevo tanto tempo, ho optato per la soluzione più veloce ;)

Versato il ripieno nella tortiera foderata dalla brisée, aggiungete i piselli freschi sparsi ovunque e la manciata di fiori di rosmarino che avrete raccolto, sciacquato e asciugato al momento. 

Cuocete in forno a 170° per almeno mezz'ora. (io ho un forno un po' strano... la torta non cuoceva e ho dovuto alzare la temperatura, con sbruciacchiatura finale....)

Buona, per me e il marito (che però prima ha voluto una pasta al pomodoro). Orribile per la figlia (che odia il porro), non pervenuto il giudizio del figlio, che non ha neanche preso in considerazione l'ipotesi di assaggiarla....

Io non demordo, la brisèe fatta così è molto versatile e ci proverò con qualcosa di più fizioso per tutta la famiglia!




giovedì 19 marzo 2015

E' LA TUA FESTA, PAPA'



E' la tua festa, papà. Lo dicono tutti da giorni. L'ho scritto anche io e l'ho declinato in post più disparati, dai lavoretti alle frasi smelense. E' la tua festa e non ti ho ancora chiamato per farti gli auguri. Mia figlia, che oggi partiva per una gita scolastica, ieri si è ricordata di farli in anticipo al suo papà.

Penso a noi genitori, a quanto lui, il marito, il papà dei miei figli sia sempre più indispensabile per la loro crescita e penso a me come figlia. Quanti padri ho avuto e ho nella mia vita. Quante figure che mi hanno fatto crescere e che contribuiscono a costruirmi ogni santo giorno. Di questo devo essere grata e oggi, che è anche la loro festa, li affido a quel San Giuseppe padre di tutti.

Però, come dice una delle frasi smelense che ho trovato nel web, di papà ce n'è uno solo. Io ho te, te che sei sempre stato l'equilibrio della nostra famiglia. Una mamma tutta fuoco e parole, un papà tutto saggezza e silenzi. Una mamma emotiva, un papà razionale. Una mamma pragmatica, un papà con tante passioni.

Ci sei sempre stato. Tornavi a casa tardi (quante volte sono andata a dormire guardando il tavolo con apparecchiato per la tua cena di mezzanotte), ma sapevi ritrovare il tempo per leggerci un libro, per raccontarci una di quelle storie che nessuna delle mie amiche sapeva. Lavoravi tanto, tutta la settimana, ma nel week end ci portavi a giocare al parco quando eravamo piccole e studiavi intensamente matematica con noi quando siamo diventate grandi.

Ci sei sempre stato. Discreto e silenzioso. Hai seguito ogni passo del nostro percorso scolastico, iniziando un impegno nella scuola che non hai smesso nemmeno ora, da nonno (alcune amiche mamme blogger ti ricorderanno quando abbiamo parlato di internet e di cyberbullismo)

Discreto, silenzioso e sicuro nelle tue certezze. Ci hai trasmesso una fede forte, molto razionale, ma forte. Ci hai testimoniato, insieme alla mamma, come si vive il sacramento del matrimonio e ce lo continui a testimoniare. (a volte penso che tu sia un santo, non me ne volere mamma!)

Mi hai portato all'altare con quel tuo fare timido e gentile. Ricordo ancora quando chiedesti al nostro amico che ci avrebbe fatto da autista come dovevi comportarti. Hai seguito ogni momento della mia vita matrimoniale con quel giusto distacco di chi lascia liberi di volare i propri figli, ma sei altrettanto libero di dirmi il tuo parere. Conservo come preziosi i tuoi suggerimenti e se da ragazzina non sapevo cosa dirti quando mi trovavo sola con te, ora siamo capaci di passare le mezz'ore al telefono a parlare.

Non voglio essere troppo sdolcinata, e non continuerò oltre. E' la tua festa, papà e volevo soltanto dirti che se mai dovessi raccontare che cos'è un padre per me, in questo mondo in cui si parla di genitore uno e di genitore due, in cui va bene tutto e il contrario di tutto ma solo se segue una certa logica, io non avrei esitazioni.

Un padre è come mio papà: il porto sicuro a cui tornare, il saggio a cui chiedere un parere, il mite che bisogna sempre temere perchè quando si arrabbia fa tremare i muri, l'educatore che sa mettere paletti e che sa accompagnarti a capire perchè te li mette, gli occhi discreti che ti seguono mentre cresci e che ora seguono il diventare grande dei nipoti. Il papà che passa le sere a disegnarti la cucina e quello che ti ha trasmesso la passione per il design, l'ingegnere che ancora adesso sta in casa con gilet e cravatta e il nonno che si spalma sul tappeto per far giocare nipoti e schiere di amichetti, la testa bianca che mi precedeva nelle camminate e che ora si vede magari superare dal nipote, ma che gioisce di poter arrivare in cima con loro.

Un padre è questo e molto più. E quando sarà la festa della mamma potrò parlare dell'altro, indispensabile, lato della medaglia. Ma oggi è la tua festa e io sono grata di avere un padre come te. Tanti auguri, papà!

giovedì 26 febbraio 2015

I MIEI BACI, DEDICATI A CHI HA PASSIONE



Ho un amico pasticcere. Una storia bellissima: il padre ha iniziato 60 anni fa a produrre meravigliosi bignè in un piccolo laboratorio a Bardonecchia e il figlio ha continuato con passione, genio e creatività l'attività. Generazioni di turisti hanno fatto (e fanno) la coda per il krapfen alla marmellata di albicocche e per i mignon alla crema chantilly, allo zabaione (le famose paste rosa per le quali in famiglia facciamo tutti pazzie), per le crostate ai frutti di bosco e per tutte le meraviglie che uscivano (ed escono) dalla porticina del laboratorio.

Hanno lavorato insieme per anni, Franco e suo papà. Fianco a fianco, curvi su decine di bignè, come immortalato da due fotografie esposte in negozio. Poi, quando Franco è diventato un grande pasticcere, il padre si è messo da parte e ha fatto il nonno. Lo vedevamo scarrozzare i tanti nipoti in giro per Bardonecchia, salutando tutti quelli che incontrava. Nel frattempo la pasticceria è passata dal piccolo negozio degli inizi a una sede più grande e bella poco vicino e insieme a bignè, biscotti, meringhe alla panna, krapfen e torte varie hanno cominciato a comparire praline e cioccolatini. Franco non ha soltanto portato avanti i capisaldi di famiglia, ma ha cominciato a innovare, partendo prima di tutto dal cioccolato, la sua passione. E papà Ugetti, oltre a fare il nonno, ha continuato a passare in pasticceria. Era lui che vedevi la sera portare fuori la spazzatura con tutta l'umiltà che lo ha sempre caratterizzato e che caratterizza anche Franco, genio appassionato.

Il cioccolato è la grande passione di Franco che si aggiorna alla scuola di Valrhona, che utilizza solo quel cioccolato, che ogni anno parte dal suo paese a 1300 metri e viene a Milano per Identità Golose. La ganache che racchiude il suo profiterol e che avvolge le mini sacher è sublime e i suoi Bardonecchiesi al rhum sono da sempre il nostro "bacio" preferito.

Sono anche io della generazione Baci Perugina, ma da un certo momento in avanti ho capito che c'era qualcosa di molto meglio. Se n'è reso conto anche mio marito, quando ancora non eravamo sposati. Lui, che notoriamente non ama la montagna, ha come unica consolazione al fatto di dover passare le giornate al freddo quella di gustare i dolci di Franco. E non c'è volta che non si torni a casa con un bottino di bontà da tenere in casa e da omaggiare agli amici.



Così, quando ho scoperto che il tema dell'MTC di questo mese era quello dei baci al cioccolato non ho potuto fare a meno di pensare ai Bardonecchiesi di Franco. Un guscio millimetrico di cioccolato fondente, un cuore morbido e cremoso imbevuto di rhum e un doppio involucro di carta. Non c'è niente di più bello che sedersi la sera sul divano e gustarsi un Bardonecchiesi, accompagnato magari da un goccio di grappa buona o di rhum invecchiato. Al marito piacciono così tanto che per il  nostro matrimonio ne ordinammo 350, tanti quanti erano gli invitati.  E siccome non ci fidavamo a spedirli, abbiamo mandato i miei genitori a fare un week end in montagna e a ritirarli per noi...

Ho parlato troppo... avrete capito che mi sono ispirata alle dolcezze del mio amico Ugetti per creare i miei primi Baci. Cioccolato fondente, rhum, mandorle tritate (perchè un altra versione dei bardonecchiesi è con la ganache di mandorle) e albicocca secca perchè la Sacher di Franco ha al posto della marmellata una ganache al cioccolato fondente con pezzi di albicocca secca dentro. Questi sono i miei baci, che ovviamente ho fatto all'ultimo minuto. E che sono venuti tutt'altro che perfetti.



BACI AL CIOCCOLATO, MANDORLE, ALBICOCCHE E RHUM IN ONORE DI UGETTI
  • 500 g cioccolato fondente (200 per la ganache, 300 per la copertura)
  • 50 ml di panna fresca
  • un cucchiaino di miele di arance
  • 50 g di mandorle spellate
  • 3/4 albicocche secche
  • due bicchierini di rhum
Per il procedimento ho seguito il post di Annarita 

In un pentolino a fondo spesso scaldate la panna e portatela a ebollizione. Quando vedete le prime Bollicine, spegnete il fuoco e unite 200 g di cioccolato fondente sminuzzato. 
Mescolate fino a che il cioccolato non si è sciolto del tutto
Tritate finemente le mandorle
Unite le mandorle al cioccolato e panna e un bicchierino abbondante di rhum. Mescolate per amalgamare il tutto.
Fate raffreddare in un luogo fresco.

Nel frattempo tagliuzzate le albicocche e mettetele in un bicchierino di rhum, lasciatele marinare.

Formate delle palline di ripieno e in cima sistemate un pezzo di albicocca marinata nel rhum. 



Ora temperate il cioccolato. Vi consiglio di  seguire il post di Annarita, che è chiarissimo. Io non ho il piano di marmo e quindi ho deciso di utilizzare la seconda via di raffreddamento.

Fondete a bagnomaria circa i 2/3 dei 300 g di cioccolato fondente 
Raffreddate aggiungendo il cioccolato rimanente tritato. Mescolate e se vedete che la temperatura non si abbassa, trasferite il cioccolato in una ciotola fredda. 
Il cioccolato fuso deve arrivare a 28/29°, Riposizionatelo poi sulla pentola del bagnomaria (spento) per innalzare nuovamente la temperatura a 31°

A questo punto potete immergere i baci nel cioccolato fuso (io con questo passaggio ho avuto un po' di problemi...), sgocciolare e lasciare asciugare.

I baci sono pronti, Bisogna accompagnarli al bigliettino. San Valentino è passato, siamo in Quaresima e non sono la più romantica della terra....  I miei baci li dedico innanzitutto, ovviamente, a mio marito. Ma anche a chi, come il mio amico Franco, suo papà (che ora allieta il Cielo con i suoi manicaretti) e sua moglie Marina, è mosso da una passione.










venerdì 6 febbraio 2015

MATTINA DI CAFFE' E PIGRIZIA



Sette e mezza, i figli sono appena andati a scuola, il marito si sta facendo la doccia e io metto su la moka per il caffè. Prima erano le cialde e il latte montato meglio che al bar, ma dopo che anche la seconda macchinetta (pagata poco, per carità) ci ha abbandonati con soli pochi mesi di vita, abbiamo deciso di dire addio a quel tipo di caffè. In attesa di tempi migliori in cui pensare con leggerezza ad acquistare una di quelle macchine che partono dai chicchi e arrivano al cappuccino in pochi secondi, ho rispolverato la moka di design, quella che tutti coloro che si sono sposati alla fine degli anni '90 hanno messo in lista nozze.
Per il marito il caffè buono è solo quello espresso e ben ristretto. Io invece amo il profumo che si sprigiona in cucina. Mi piace il caffè lungo, quello che riempie la tazza con la quale puoi scaldarti le mani, il caffè che non finisce in un attimo, ma che puoi assaporare leggendo un libro e sgranocchiando un biscotto.

Così ultimamente la mattina inizia con il rituale della moka da riempire e l'attesa del gorgoglio, con la tenda tirata su ad ammirare, nelle giornate propizie, l'alba che risveglia il campo del grande albero davanti a casa. (stamattina lo spettacolo era il campo innevato)
Poco per volta ho diminuito lo zucchero e ultimamente il mio caffè lo assaporo così, puro. Niente zucchero e niente latte, nella tazza preferita. Dono di nozze di un'anziana professoressa di matematica, la mia tazza preferita ha il fascino elegante delle cose senza tempo. Bianca, pochi bellissimi fronzoli, fine porcellana inglese e una bella forma panciuta pronta ad accogliere la bevanda calda e a scaldare le mani che cercano una coccola.

Caffè, biscotti (o cracker ai cereali e semini) e yogurt bianco. A volte una mela. Questa è diventata la mia colazione ideale, ma con una scoperta in più. Nella mia pigrissima ottica del massimo rendimento per il minimo sforzo sono arrivata a decidere di non utilizzare una ciotola o un bicchiere per travasare lo yogurt dal vaso da mezzo chilo. Mangiarlo a cucchiaiate sarebbe stata una tentazione, ma ho avuto come un rigurgito di dignità e una mattina ho provato a metterlo dentro la tazzina, subito dopo aver terminato di bere il caffè. Goduria massima! Nella tazzina era rimasto un leggero fondo, che ha variegato lo yogurt.

Buonissimo! Ecco la mia non ricetta di oggi...

YOGURT VARIEGATO AL CAFFE'

  • una tazza da caffè un po' grande e panciuta
  • ottimo caffè (io amo l'arabica e ultimamente, dopo essere stata come inviata per Blogmamma al loro stabilimento, dopo averne sentito la storia e dopo averlo assaggiato, ho deciso di acquistare il caffè Vergnano)
  • yogurt intero non zuccherato
Sorseggiatevi il vostro caffè (possibilmente senza zucchero) e lasciatene un pochino nel fondo.
Versate lo yogurt nella tazzina, ammirate la variegatura naturale che si forma quando yogurt cremoso e caffè entrano in contatto. 
Immergete il cucchiaino e assaporate il vostro yogurt variegato al caffè. Volendo potete anche mescolare il tutto, ma a me piace così, ancora con ognuno la sua consistenza e personalità.

Ecco, non sempre la pigrizia innata è negativa..... Buona giornata a tutti!

giovedì 25 dicembre 2014

NATALE E STUPORE






Non è un periodo facile per molti. Noi ce la caviamo, ma è chiaro che sono passati i tempi di vacche grasse e ciò che accade nel mondo non rassicura nessuno. In un clima così, con quel filo di pesantezza che spesso accompagna le giornate di molti e a volte anche le mie, è arrivato anche quest'anno il Natale.
E prima del Natale l'Avvento, l'attesa di una venuta. Ieri notte ho pensato a come sono stata in questi giorni.Sono arrivata a Natale con pochi regali comprati, con una casa che fa spavento, con zero biscotti, zero regalini di Natale fatti a mano, pacchetti da fare e nessun biglietto scritto. Da ora in avanti partirà la frenetica messa in ordine e pulizia di tutta la casa prima dell'arrivo di genitori e suoceri.Insomma, il cosiddetto spirito natalizio è stato soffocato dalla sempre più crescente disorganizzazione mia....

Una tristezza, direte. E sì, ci ho pensato anche io. Mi sono scoperta senza la voglia di vivere il Natale con tutto il suo corollario di magia e di bellezza, mi ha attraversato anche una sottile tristezza e non so spiegarvi perchè se non per il fatto di non riuscire con le mie forze a fare tutto. Ma per fortuna non è finito tutto lì, nel non avere la casa perfetta, nel non essere riuscita a comprare ai figli tutto quello che desideravano (e aver rimediato con dei simpatici buoni scritti a mano). Per fortuna tutte le volte che mi si offuscava la letizia natalizia, irrompeva qualcosa che riusciva a sparigliare le carte e a lasciarmi lì, grata e stupita.

Il mio Avvento è stato questo. Un susseguirsi di momenti di stupore: dall'alba alla mattina al cielo in fiamme del tramonto. Dal campo addormentato nella nebbia al cielo blu sul Duomo. Dai canti di Natale sul sagrato del Duomo alle luci scintillanti della Galleria. Ogni volta che mi ripiegavo su me stessa, qualcosa mi ricordava che il nostro cuore è fatto per cose grandi. 

Così il Natale è arrivato, tra pigrizia e stupore, tra limite e infinito. E stanotte, dopo una cena coi parenti che non è andata come previsto (per un ritardo clamoroso di alcuni partecipanti), una messa in piedi, nel forno crematorio che è la nostra chiesa (a volte gli architetti moderni dovrebbero prendere umilmente spunto dai maestri dei secoli passati), mentre il cuore ancora cantava la venuta di Gesù Bambino, è arrivata la notizia di una nascita.

Uscire dalla chiesa, riaccendere il cellulare e leggere il messaggio di amici fraterni che annunciavano la nascita del loro bambino non poteva che essere il modo più bello per tornare a casa grata di questo Natale pieno. Pieno di vita, di stupore, di mancanze, di cose che si potrebbero fare meglio, di amici, pieno di fatica e di bellezza, pieno di senso, di quel Bambino che ha dato e dà senso a tutto. A una cena insieme così come a una nuova vita che nasce. 

Buon Natale a tutti voi, ora vado a rendere presentabile la casa e a preparare qualcosa...

venerdì 28 novembre 2014

MUFFIN E DESTINO: TUTTO C'ENTRA



Eccomi come al solito all'ultimo a scrivere per MTChallenge. Questo mese avevo quasi pensato di fare due ricette, ma non mi smentisco mai... Il tema era tutto sommato semplice: muffin. La semplicità, però, era solo apparente. L'idea era di unire i muffin a un testo letterario: romanzo, poesia, canzone, piece teatrale. Ecco l'inghippo. Come molti dei concorrenti ho passato le mie giornate a decidere il testo letterario. Mi venivano in mente tutto e niente nello stesso tempo. Tanto per dovere di cronaca avevo pensato a:

  • Quer pasticciaccio brutto de via merulana. Letto e riletto parecchie volte negli anni universitari. Di Gadda mi è sempre piaciuto l'uso della lingua. Bocciato per mancanza di tempo nel rileggerlo
  • Country roads di John Denver. Canzone che ha segnato le mie estati in montagna. Serate in compagnia di una chitarra, qualche amico anche fascinoso e a volte un falò. Canzone che continua ad accompagnare i nostri viaggi anche se il marito non ha mai cantato insieme a me nelle serate in montagna. Semplicemente ama come me (e forse più di  me)  la musica country. E' rimasta fino all'ultimo come possibilità. Il punto era decidere cosa mettere nei muffin. Mirtilli? Mele? Mais? Pulled pork?
  • Simenon: il mio grande amore. Tra tutti il mio romanzo preferito rimane Tre camere a Manhattan, ma per i muffin avrei optato per Maigret. Difficile, però, scegliere il romanzo giusto e la versione di muffin ideale (dolce con prugne e noci o salato con ingredienti provenzali?). 
In tutto ciò, non so come mai, mi ha cominciato a martellare una frase di un'opera teatrale di cui mi avevano parlato da ragazza. Vi confido che credo di non averla neanche letta tutta, ma quella frase finale la so a memoria. E' una di quelle frasi che ti segni sul diario da adolescente e che ora forse si potrebbe trovare in qualche tumblr. E mentre mi martellava in testa, mi visualizzavo il muffin. Così l'altro giorno ho deciso. 

L'opera teatrale da cui ho preso la frase è il Miguel Manara del lituano Milosz. E' un mistero in sei quadri ispirato alla vita di don Miguel Manara Vincentelo de Leca, vissuto a Siviglia nel seicento e proclamato beato da Giovanni Paolo II
Il Miguel Manara di Milosz è un don Giovanni: vita dissipata, pieno di donne e dall'animo inquieto. L'incontro con la giovane Girolama cambierà la sua vita. I due si sposeranno ma la giovane morirà velocemente. Miguel Manara, ormai cambiato dalla purezza della moglie, decide di entrare in convento. Lì viene accolto e lì passerà il resto della vita. Quando ormai anziano è arrivato il momento della morte, lui dice questa frase: 
“Adesso sono in mezzo ai vivi come il ramo nudo il cui secco rumore fa paura al vento della sera. Ma il mio cuore è gioioso come il nido che ricorda e come la terra che spera sotto la neve. Perché so che tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il Cielo ne sia lodato!) non è la nostra”.
E' una frase che mi ha sempre colpita per la sua poeticità nel parlare di destino. La vicenda di questo uomo che come l'Innominato ne ha fatte di ogni e che l'incontro con un cuore puro ribalta la vita mi ha sempre fatto pensare che la possibilità di felicità e di letizia è per tutti se si dà senso alla propria vita. E il sapere che tutto è dove deve essere e va dove deve andare grazie alla sapienza che non è la nostra in fondo in fondo è liberante. 

Ma ora veniamo ai muffin: volevo rendere l'idea della terra che spera sotto la neve. La terra che spera perchè ha dentro di sè il seme di qualcosa di bello. Così ho deciso per un muffin al cioccolato. Dentro, però ho messo un mix di semini e, per indicare la promessa del frutto, un po' di marmellata di amarene, che sono dolci e amare insieme come lo è la vita. Una spolverata di  zucchero a velo  in cima non poteva che simulare la neve.

ecco la ricetta:



MUFFIN ALLA MIGUEL MANARA

ingredienti secchi: 
  • 250 g di farina
  • 50 g di cacao fondente
  • 8 g di lievito
  • un cucchiaio di bicarbonato
  • 2 cucchiai di zucchero di canna
  • 2 cucchiai di semi misti (un mix che ho comprato in un supermercato in zona: girasole, sesamo, papavero, lino)
ingredienti umidi
  • 200 g di yogurt intero 
  • 2 uova caserecce (dal pollaio di un collega del marito)
  • 60 g di burro
  • 140 g di composta di amarene fatta in casa (gentilmente fornita da un'altra collega del marito)
Per la preparazione si consiglio di seguire le indicazioni di Francesca.

  • tirate fuori gli ingredienti dal frigo almeno mezz'ora prima
  • fate fondere il burro e poi fatelo raffreddare
  • mescolate burro, uova, yogurt e composta di amarene
  • in una ciotola setacciate molto bene la farina insieme con il lievito e il bicarbonato. Setacciate anche il cacao e unite alla farina. 
  • Setacciate ancora tutti gli ingredienti secchi fino a che non avrete più grumi
  • unite i semi e mescolate
  • fate una fontana e aggiungete gli ingredienti liquidi
  • girate per amalgamare il tutto il meno possibile
  • riempite i pirottini per tre quarti e mettete in forno statico, precedentemente riscaldato, per 20 - 25 minuti.
Servite con un'abbondante nevicata di zucchero a velo. 

PS in uno dei muffin (che vedete in foto) ho provato a mettere la granella di zucchero per dare una consistenza diversa. Giocate anche voi con la nota bianca che più vi piace :)



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